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La filosofia del ban operata dai social network

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Il ban del Presidente Trump è solo la punta dell’iceberg di una pratica ormai già diffusa operata da enti privati per mettere a tacere figure “scomode” ma politicamente e democraticamente elette. 

L’8 gennaio 2021 il Presidente degli Stati Uniti ancora in carica ma non rieletto Donald Trump è stato bannato dai principali social network mondiali. Questa decisione è stata presa in seguito all’assalto del 6 gennaio al Capitolo da parte di supporters del Presidente incitata da quest’ultimo per bloccare la nomina del nuovo Presidente eletto Joe Biden. I CEOs di social network come Twitter e Facebook giustificano il ban per la presenza di motivi sufficientemente seri di credere che ci possano essere ripercussioni di quest’atto, ma anche altre ragioni supplementari dovute dai ripetuti messaggi di odio diffusi dal Presidente Trump, come la divulgazione di fake news

Se prendiamo queste due giustificazioni in considerazione possono sembrare “deboli” per una decisione così importante. Infatti, basti pensare al fatto che account di personaggi politici come Erdogan siano sempre attivi nonostante divulghi gli stessi messaggi di odio. In più, la diffusione di notizie false dimostra solo l’incapacità dei Governi a educare i cittadini a riconoscere una notizia vera o meno. In poche parole, il ban di Trump, per quanto possa essere giustificato dalle reti sociali, è evidente che sia un atto completamente soggettivo da parte dei CEO dei social. Basti pensare: ma se il CEO di Twitter avesse supportato Trump, il suo account sarebbe stato sospeso?

Molto probabilmente no, e già possiamo iniziare a pensare ad una “filosofia del ban” da parte dei grandi. Recentemente l’applicazione Parler è stata rimossa da tutti gli AppStore, GooglePlay e Amazon perché partigiana dell’estrema destra dal 2018. Il CEO di Parler, John Matze Jr., ha cercato di difendersi ricordando che oscurare un’intera linea di pensamento è sbagliato perché riduce la possibilità di ottenere un’informazione completa. Effettivamente, anche noi cittadini durante le nostre giornate ci ritroviamo un certo tipo di contenuto diffuso sui e dai social che può essere completamente diverso da quello di un nostro familiare o di un amico. Questo perché più cerchiamo un’informazione su uno specifico argomento e più riceveremo contenuto su questo. Possiamo quindi pensare che ci sia una specie di filtro che ci dirige verso un determinato tipo di dati piuttosto che verso un altro. Un classico esempio di questo fenomeno si è verificato ultimamente durante il referendum di dicembre 2020 per diminuire il numero di Parlamentari in Italia. Se andiamo a cercare su internet perché il SÌ dovrebbe vincere allora nelle settimane successive saremo tempestati da informazioni sul perché è giusto votare SÌ senza sapere veramente cosa significherebbe votare NO. È anche dovere dei Governi fornire un’informazione completa ai cittadini. 

È facile rendersi conto che eliminare Parler dagli store non è la soluzione: silenziare l’estrema destra ha creato esattamente lo scopo opposto. In effetti un’altra applicazione, Gab, sta riscontrando innumerevoli download nelle ultime settimane. E questo non dovrebbe neanche stupire più di molto: questi gruppi di persone continuano ad avere il bisogno di comunicare, di scambiarsi informazioni o altro. Tanto vale allora cercare di inquadrare queste persone evitando di censurarle ma effettuando un “controllo” dei loro profili e del loro contenuto. In che modo? Evitando che queste ultime possano avere troppa voce e raggiungere molti profili, ma limitando quindi il loro spazio. Sembra sempre una soluzione poco democratica, ma è sempre meglio che zittirli chiudendo i loro profili o eliminando addirittura le applicazioni. 

La vicenda del recente ban del Presidente Trump sorprende molto cittadini di paesi come l’Italia. Come mai? La risposta è molto semplice. Noi, italiani, viviamo in un paese democratico e siamo abituati ad un determinato tipo diffusione di informazioni e protezioni dei diritti fondamentali costituzionalmente garantiti. Gli Stati Uniti, quanto a loro, sono un paese democratico, e in più si sono sempre definiti come il “paese più democratico al mondo” e ovviamente mettere a tacere una persona, chiunque ella sia, è contro i nostri principi, soprattutto contro il principio della libertà di espressione. Una domanda spontanea potrebbe essere: cosa sono i social network? Sono aziende private. Allora come possiamo considerare che sia giusto e conforme alle norme che reggono la nostra società pensare che un’azienda privata decidi di sospendere la libertà di espressione di una persona eletta democraticamente dal popolo? Sembra quasi che gli Stati Uniti cercando di diffondere la democrazia in tutto il mondo abbiano loro perso la nozione ed i principi base di questo regime.

La filosofia del ban non è avvenuta nelle ultime due settimane, certamente è stata rinforzata recentemente ma esiste sin dal momento di. creazione dei social. Ebbene sì, quando una persona crea un account su un social network accetta sempre le condizioni di uso, una lista lunga e infinita di termini che nessuno realmente legge, ma in cui c’è ben scritto che se non si rispettano i termini di uso dell’applicazione il nostro contenuto potrà essere sospeso ed il nostro account addirittura eliminato. Quindi noi utilizzatori diamo sin dall’inizio il nostro consenso ai CEOs dei social network per sorvegliare il nostro contenuto e in seguito loro possono fare quello che vogliono.  Ad esempio, dopo la recente esplosione di download dell’applicazione Tik Tok si sono verificati diversi oscuramenti di account o video a causa del contenuto, quando in realtà esistono altri video uguali a quello sospeso. Già da questo piccolo fatto, un ban su un’applicazione non a scopo politico con video di 15 secondi, possiamo capire che essere oscurati dipende completamente dal giudizio di un altro essere umano che può o meno concordare con le nostre idee, e a partire dalla sua opinione influisce su quello che sarà poi visibile o no sul nostro profilo. 

Dall’altro lato però, eliminare qualche contenuto che non è conforme agli standard della nostra società è giusto e deve continuare ad essere fatto. I social si impegnano quindi anche ad eliminare dalle loro piattaforme account con messaggi a scopo pedopornografici, razziali e/o misogini. La maggioranza della popolazione concorda con quest’affermazione. È importante ricordare però che esiste la legge che regola e soprattutto punisce la diffusione di questo contenuto, per questo motivo la sanzione effettuata dai social network è corretta e anche giustificata perché esercitata da un ente con poteri per farlo (lo Stato), in questo modo i principi democratici continuano ad essere rispettati. 

fonti: https://www.lesechos.fr/monde/etats-unis/apres-la-suspension-definitive-du-compte-de-trump-twitter-supprime-70000-comptes-lies-a-qanon-1280227#xtor=CS1-26

https://www.lesechos.fr/monde/etats-unis/parler-nouvelle-ligne-de-front-dans-la-bataille-pour-la-liberte-dexpression-aux-etats-unis-1279651

https://www.instagram.com/p/CJ0xFYUsO0_/

 

 

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